... Perché stavolta io non ce la faccio a venir su.
Quando torni, dicevo, ti spiego questa cosa del tornare alla sbarra e allo specchio, di scoprire che i tuoi piedi non fanno quello che gli dici ma esercitano una loro forma di autonomia di protesta nei confronti dei movimenti troppo alieni, troppo difficili e troppo leggeri.
Ti farò vedere i passi, x come li ho imparati, e ti spiegherò che è come se mi sentissi schiacciata in un corpo bidimensionale, quello dello specchio appunto, che mi fa tremare. Ti racconterò della libertà del non guardarsi, del venire da dentro a fuori e non da fuori a dentro, e della competizione automatica che viene mentre il tuo braccio sinistro si appoggia lieve al legno e di come tu sai da che parte si gira – gli altri, tutti, no.
Ti spiegherò, ti farò vedere, ti racconterò… e ovviamente non riuscirò a spiegarmi per nulla.
Mamma dice che siamo il giorno e la notte: questa volta le devo proprio dar ragione.
Allora…non è che non volessi raccontare anche all’altra parte del mondo, ma ho raccontato così tanto l’esperienza del provino che un po’ ne sono stanca. Sptt perché è venuta fuori una delle parti di me che più odio, cioè quella troppo emotiva, che non riesce a controllare lo stato di tensione e manda tutto a FC.
Al mattino prova di danza con maestro asiatico-londinese che avrà più di 40 anni ma non ha problemi di spaccate. Ci fa provare dei pezzi di una coreografia del musical ed è divertente, mentre cerco di mettermi in fondo finisco quasi in prima fila e mi piace, mi fa ridere. Tendo il tempo, lancio le gambe, mi ricordo le gambe (poi me le scordo subito, ma intanto almeno un giro l’ho preso) etc. Poi pausa e prova di tip tap: nessuno l’ha mai fatto, ci spiega e rispiega 2 passi base, vede come li facciamo e “basta così grazie, sono a posto” J Poveretto! Ci danno quindi l’appuntamento per il quarto d’ora individuale di canto e recitazione. Fuori, oltre alle mie amiche canterine, è pieno di bambini: 20 anni, 19, iper saccenti e che sanno tutto loro. Cerco di rispondere a modo a una che mi chiede se sono stata DAVVERO ad Harward, perché lei è andata a Oxford e non ha solo comprato la maglia perché era in gita…. Sono stata brava, non l’ho nemmeno morsa.
Nel frattempo, a tip tap, mi sono fatta male alla gamba: era una settimana che il ginocchio mi voleva uscire, e l’aver spostato male il peso mi ha strappato a livello dell’anca. Sono tornata a casa in bici che non sentivo più il piede, e –grossissimissimo errore – ho invitato le amiche canterine a casa a provare. Ascolto C. che canta Zingara (da Notre Dome) e un’altra molto spiritual da Rent: sono senza parole, canta da Dio, sembra di ascoltare il cd originale. Né sbavature, né cali, un po’ di variazioni ed è semplicemente perfetta. Perdo tutta la mia fragile autostima d’un colpo, capisco che la cosa è davvero troppo lontana e quasi non mi presento più al pomeriggio.
Poi ci vado, mi spiace meno fare una figura di merda che saltare, e canto male. Ma proprio malissimo, che così male le canzoni non m’erano mai venute. Ho la voce bloccata, lo stomaco a pezzi e mi sento uno schifo. Mi dimentico perfino i testi e invento molto, perciò amen. La sera prima avevo chiesto di non avere nessuno attorno, e ovviamente ho avuto la presentazione ufficiale del moroso alla mamma, che poi lunedì ha trovato il modo di scaricarmi addosso tutto il malanimo e il veleno che aveva in corpo; sono riuscita a litigare col moroso MENTRE eravamo a letto; mi è rimasta la cena sullo stomaco.
Va bè, credo che mi buttino fuori a pedate e invece mi fanno prendere su una bigliettino con una frase, e poi un altro in cui c’è il modo di dirla. L’improvvisazione mi diverte, devo fare il papa e ci metto tutti gli echi come se fossi all’angelus. In seguito A. – regista e cantante lirico professionista – butta una sedia a terra e mi ci devo sedere sopra senza toccarla. Ricordo l’esercizio, ma non la soluzione, perciò reagisco improvvisando e ne viene fuori pure una bella scena. Esco non contenta ma almeno sollevata che sia finita, e convinta che nel giro di poco si aprirà il cassetto della vergogna quando A. mi richiama. Vogliono vedere se in repertorio ho qsa di comico!! Alla fine il bilancio resta negativo: non mi piace affrontare una prova già non al massimo delle mie capacità psico-fisiche, ma in più mi odio proprio quando non sono in grado di sostenere la tensione e mi taglio le gambe da sola.
La soddisfazione però è duplice: la danza mi ha svegliato un po’ i muscoli e mi ha ricordato che mi piace muovermi a tempo, guardarmi allo specchio mentre faccio le facce e saltello sui piedi. La parte recitata è venuta bene, mi sono fatta notare proprio per la specialità in cui mi presentavo, e mi sono ricordata che qno non molto tempo fa mi ha detto che ho buone doti teatrali.
Non so se avrò mai la possibilità di fare un altro provino, so di essermela giocata male, ma almeno mi sento bene perché ho implicitamente ricevuto una conferma che l’espressione artistica che ho scelto è quella giusta per me.
CambiScena
Buona la prima!
Poi uno dice non hai mai tempo, hai ola casa che è un bordello non ti sei nemmeno fatta le lavatrici.
Ma i we devono essere tutti adeguatamente spartiti tra gli affetti, che nessuno si senta offeso e che io possa ricaricarmi un po’. Quindi alla fine l’unica non contenta sono io, che non passo tempo qualitativamente e quantitativamente sufficiente con nessuno. E solo xchè ho le prove domenica. Quindi colpa mia, devo avere i we liberi x poterli dedicare agli altri, sia quelli di cui ho bisogno sia quelli che hanno bisogno di me. Ottimo, sono già così stanca che sarò una belva con tutti e 2, proprio xchè ho tantissima voglia di stare tranquilla, di stare in silenzio vicino a lui e godermi il semplice fatto che c’è, di parlare con calma - senza sentire accuse stronze - con mia mamma e sptt di pace. Invece devo correre, in lungo e in largo, senza mai riuscire davvero a toccare qno.
Grazie entrambi per gli sforzi, proprio gentili. Chiederò a Sant’Antonio di farmi ritrovare l’equilibrio, perso chissà dove. Magari gli chiedo anche le canzoni per il provino, visto che non arrivano!
Stavo pensando…
perché ho letto un post di una meta-filosofa, molto filodossa per quello che mi riguarda, cui non commento più niente xchè è davvero troppo snob per i miei gusti…
stavo pensando – dicevo – davanti a quel post iper incasinato e concettoso, alla femminilità che la società ci impone come massimamente sviluppata nella maternità, alla paternità che manca molto di definizione - al contrario, e non è molto collegata alla mascolinità – e a chi non vuole essere né l’una né l’altro. Chi non ha figli, specie se donna, viene vista spesso come sviluppata a metà, come avesse rinunciato ad una parte importantissima della sua funzione sociale e del suo essere. Se un uomo non ha figli, non vedo, nn ho mai visto per lo meno, reazioni così viscerali. Per questo chi non ne vuole rivendica la sua autonomia di corpo e pensiero etc etc…
E chi ne vuole invece? È solo vittima degli stereotipi e della pressione sociale? Io non credo: anticipo che la cosa mi tocca molto da vicino volendo io averne e sentendo che sono abbondantemente in ritardo sulla mia personale tabella di marcia, ma non credo che sia solo questione di perpetrare degli stereotipi imposti dall’alto.
Parlando di me e basta, com’è normale che sia in un blog, io ho sempre dato per scontato che avrei avuto dei figli (non uno solo, eh?) e quando mi si è posto davanti il fatto che compiuti i 30 anni, non avevo né il fidanzato né un lavoro fisso né una casa, bè…ho cominciato a non darlo proprio per scontato. Ora anzi vedo come più realistica la possibilità di stare senza, poiché non credo che sia morale – giusto per me – voler avere un figlio senza una coppia antecedente che abbia un progetto di vita comune.
A me, se guardo il grafico della mia esistenza fino ad ora, non è andata molto bene: non posso avere entrambe le cose (coppia con progetto e prole) per decorrenza dei termini e come è nel mio carattere, preferisco cioè il reale all’ideale, mi concentro su ciò su cui posso lavorare (la coppia). Non sono felice per questo, mi accontento e procedo con quello che ho, sperando che la vita mi sorprenda, ma ripeto, non credo sia solo questione di pressione sociale. Io credo fermamente, perché sono il mio corpo e la mia anima a dirmelo, che il mio destino si declini con dei figli da tirar su, e se questo non avverrà mi arrangerò con quello che c’è.
E stavolta lo scrivo io!!!!
Il mio primo incarico da ufficio stampa!!!!
...
Oddio...
Devo scrivere....